Descrizione

Anteprime e Recensioni Cinematografiche, tutto quello che c'è da sapere su Festival Internazionali del Cinema e quanto di nuovo succede intorno alla Settima Arte, a cura di Luigi Noera e la gentile collaborazione di Marina Pavido e Simona Noera.



sabato 25 febbraio 2017

SPECIALE #OSCAR 2017#5: I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck, USA 2016, 133’,DOC

Dal 22 marzo al cinema un pezzo di storia afroamericana nella cinquina come Miglior Documentario 2017 e vincitore alla 67ma Berlinale – Panorama.

Il regista Raoul Peck laureato in ingegneria, si diploma successivamente all'Accademia di Film e Televisione di Berlino. Trascorre alcuni anni della sua infanzia in Congo e rimane particolarmente legato al continente africano. Dal 1980 al 1985 lavora come fotografo e giornalista, oltre che come regista di alcuni cortometraggi. Per molti anni è rimasto in esilio volontario, lontano dalla dittatura instaurata nel suo paese; rientrato ad Haiti dopo la fine del regime, dal 1995 al 1997 svolge l'incarico di Ministro della cultura. Il suo film L'homme sur les quais è il primo film caraibico della storia presentato al Festival di Cannes. Ha raggiunto notorietà internazionale con il film Lumumba presentato alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes. L’ultimo suo lungometraggio del 2017 Le jeune Karl Marx è stato presentato alla Berlinale qualche giorno fa. Mentre sempre alla Berlinale ha presentato vincendo I am not your Negro.
Raccontato interamente con le parole di James Baldwin, attraverso il testo del suo
ultimo progetto letterario rimasto incompiuto, I AM NOT YOUR NEGRO tocca le vite e gli assasini di Malcom X, Martin Luther King Jr. e Medgar Evers per fare chiarezza su come l’immagine dei Neri in America venga oggi costruita e rafforzata.
Ricordiamo che nel corso di 5 anni Medgar Evers, morto il 12 giugno 1963, Malcolm X, morto il 21 febbraio 1965 e Martin Luther King Jr. morto il 4 aprile 1968 questi tre uomini sono stati assassinati. Uomini importanti per la storia degli Stati Uniti d’America e non solo. Questi uomini erano neri, ma non è il colore della loro pelle ad averli accomunati. Hanno combattuto in ambiti differenti e in modo diverso, ma tutti alla fine sono stati considerati pericolosi perché hanno provato a sollevare il problema razziale. James Baldwin si è innamorato di queste persone e ha voluto mostrare i collegamenti e le similitudini tra questi individui scrivendo di loro. E lo ha fatto attraverso Remember this house.James Baldwin è stato uno dei più grandi scrittori Nord-Americani della seconda metà del ‘900 e un brillante critico sociale in grado di prevedere rovinosi “trend” che oggi viviamo nel mondo occidentale e non solo, mantenendo senso di umanità, speranza e dignità. Ha saputo esplorare le complessità razziali, sessuali e le differenze di classe tanto evidenti quanto ignorate.Possedeva un’impareggiabile capacità di comprendere la storia, la politica e più di tutto la condizione umana. Ancora oggi le parole di James Baldwin colgono di sorpresa come un pugno allo stomaco. Difficile trovare qualcosa di così preciso, sottile e incisivo come gli scritti di quest’uomo. I pensieri di Baldwin sono ancora efficaci come il giorno in cui sono stati espressi per la prima volta. Le sue analisi, i suoi giudizi, i suoi verdetti, risultano più attuali di quando vennero scritti.Nel contesto odierno dell’America, la violenza e la confusione condannati da lui continuano, banalizzati e distorti dall’informazione, dai media, da Hollywood e dalla politica.Confessa il regista Raoul Peck di aver cominciato a leggere Baldwin all’età di 15 anni, quando era un ragazzo in cerca di spiegazioni razionali alle contraddizione che stava vivendo nella vita che loaveva portato da Haiti alla Francia, alla Germania e poi negli Stati Uniti d’America. Insieme a Aimée Césaire, Jacques Stéphane Alexis, Richard Wright, Gabriel Garcia Marques e Alejo Carpentier, James Baldwin è stato uno dei pochi autori che ha sentito “suo”. Uno di quelli che comunicavano in una lingua che riusciva a comprendere, in cui non si sentiva solo una “nota a margine”. Raccontava storie che descrivevano la Storia, definendo strutture e relazioni umane che combaciavano con ciò che si poteva vedere intorno. Storie che si comprendevano perché veniva da una nazione, Haiti, che aveva una grande consapevolezza di se, che aveva combattuto e sconfitto l’esercito più potente al mondo (quello di Napoleone) e che, unico esempio nella storia, ha fermato la schiavitù sul nascere, nel 1804, grazie alla prima vittoriosa rivolta degli schiavi al mondo, diventando il primo stato libero delle Americhe.Gli Haitiani hanno sempre conosciuto la vera Storia e hanno sempre saputo quanto diversa fosse da quella raccontata dal paese dominante. Il successo della Rivoluzione Haitiana è stato ignorato – come dirà Baldwin: “per via dei brutti/cattivi negri che eravamo” – perché avrebbe portato ad una versione dei fatti completamente differente, in grado di rendere insostenibile la versione proposta dal mondo schiavista di quei tempi.


Le conquiste coloniali del tardo 1800 non sarebbero state ideologicamente possibili se private della loro giustificazione “civilizzazionale”, una giustificazione inutile se il mondo avesse saputo che questi “selvaggi” Africani erano stati in grado di annientare le loro potenti armate (specialmente quelle francesi e inglesi) più di un secolo prima. Questo è esattamente il motivo per cui decise di ricorrere a James Baldwin e alla sua capacità di analizzare le storie, per riuscire a collegare la vicenda di uno schiavo liberato nella propria nazione, Haiti, alla storia moderna degli Stati Uniti e alla propria dolorosa e sanguinosa eredità, la schiavitù. James Baldwin non ha mai terminato Remember this House e l’ambizione di questo film è quello di riempire in parte 
questo vuoto.

SPECIALE #OSCAR 2017#4: LaLa Land di Damien Chazelle, USA 2016, 126’ – la recensione di Elena Pesca (Rive Gauche)

Pochi film (in questo caso musical!) possono vantare quattordici nomination agli Oscar e “La La Land” di Damien Chazelle è uno di questi.

I protagonisti di questa vicenda ambientata ad Hollywood in un tempo quasi indefinito tra anni sessanta e presente sono Mia e Sebastian; due sognatori, ognuno con un progetto per il futuro: Mia che fa la barista agli studi della Warner sogna di diventare un’attrice famosa e Sebastian, pianista appassionato di Jazz, vorrebbe aprire un locale tutto suo.  Le vite dei due ragazzi inizialmente si incrociano per caso in varie occasioni: una strada trafficata, un locale in cui Sebastian suona, una festa. Dal loro incontro condivideranno insieme speranze per il futuro, delusioni e si supporteranno a vicenda per superare gli ostacoli che li separano dalla realizzazione dei loro progetti. La loro storia d’amore si articola in varie fasi contrassegnate dalle stagioni: primavera, estate, autunno e inverno, ed  è facilmente immaginabile cosa queste stagioni rappresentino metaforicamente in rapporto con la loro relazione. Mia e Sebastian capiranno infatti ben presto che  i sogni devono necessariamente scontrarsi con la realtà e che anche l’amore può risentirne, perchè non è sempre tutto facile: non è sempre estate.I punti di forza di questo film sono la musica che non è mai fastidiosa perché non è troppa
come accade in moltissimi musical cinematografici, l’ambientazione “vintage” piena di colori, gli attori protagonisti ( sia Emma Stone che  Ryan Gosling si meritano decisamente la nomination agli oscar), il finale inaspettato e il tema perchè chi non ama il connubio amore/sogni? La la land è un sogno, uno dei più bei film di questi ultimi anni, perchè si discosta da tutto quello che abbiamo visto fino ad ora, ci riporta indietro ai film della vecchia Hollywood e ci trasporta per due ore in un mondo magico ed emozionante.

E’ proprio il caso di citare una delle canzoni del film in cui si dice “brindiamo ai sognatori”, ma noi brindiamo al sognatore: a Damien Chazelle che, come lui stesso ha detto, ha voluto credere fino in fondo nel suo progetto di un musical anche quando nessun’altro ci credeva e ci regalato questo gioiello.

SPECIALE #OSCAR 2017#3: Moonlight di Barry Jenkins, USA 2016, 110’ – la recensione di Marino Demata (Rive Gauche)

Il regista di Moonlight, Barry Jenkins, si rimette dietro la macchina da presa, per il suo secondo film, a distanza di otto anni dalla sua opera prima. Infatti nel 2008 aveva girato Medicine for Melancholy,un bel film che tratta di un giorno di amore di una improvvisata coppia afro-americana. Sullo sfondo una San Francisco non sempre disposta a riconoscere l’entità culturale del mondo a cui appartengono i due protagonisti. Il film, tra l’altro, indipendente e con bassissimo budget, è stato un grande successo negli USA, sia nei numerosi festival a cui ha partecipato, sia al botteghino. La sua seconda opera, Moonlight, si presenta con premesse addirittura superiori: ben otto candidature agli Oscar.  Vedremo se l’organizzazione del massimo premio cinematografico saprà questa
volta superare una certa reticenza a conferire premi ai candidati di colore, come lo scorso anno vivacemente denunciato da Spike Lee. Oltre alle candidature va segnalato anche il successo ai Golden Globe award quale miglior film drammatico, Il soggetto è tratto da una pièce teatrale breve di Tarell Alvin McCraney, In Moonlight Black Boys Look Blue, che è una frase che ritroviamo in una delle scene più significative del film. Barry Jenkins cerca di scrollarsi di dosso la matrice teatrale del film, riuscendovi in buona parte attraverso una sceneggiatura ben congegnata, da lui stesso direttamente curata. E’ la storia di Chiron, dalla sua infanzia fino alla sua piena maturità, passando attraverso la difficile epoca dell’adolescenza, secondo i modi cronologici del tipico romanzo di formazione. Sì, perché si tratta proprio di una storia di formazione del carattere, delle idee, del proprio ruolo nella vita di Chiron. Uno dei pregi del film è che questa “formazione” viene mostrata nella sua evoluzione in tre fasi e quindi scandita in tre capitoli del film, ove in ciascun capitolo il regista fa la drastica scelta di montare solo alcuni episodi più significativi che caratterizzano le tre epoche, risparmiando al pubblico inutili lungaggini (rischio sempre presente in questa tipologia di film), ma al contrario restando su un linguaggio stringato ed essenziale. il film ha come teatro uno dei quartieri periferici di Miami, pieno di miseria e di decadenza, ove lo spaccio di droga è l’attività principale per i neri in parte provenienti da Cuba, che popolano la zona in stragrande maggioranza. Il primo atto è intitolato Little, dal nomignolo affibbiato a Charon dai suoi coetanei. Il bambino è bellissimo; un volto iper-espressivo tutto occhi, fin dalla prima scena nella quale  Juan (Mahershala Ali) lo trova per caso in una baracca vicino al centro di smercio di droga da lui stesso diretto. Little sembra solo e abbandonato a causa della vita della madre (Naomie Harris), più interessata alla droga pesante e alle proprie soddisfazioni sessuali che al proprio figlio. Per questo motivo Little trova un interesse compensativo in Juan, nella sua compagna e nella loro casa, alla quale gradatamente si affeziona preferendola alla casa materna. Nel secondo atto, che prende direttamente il nome del ragazzo, Charon, assistiamo alla sua crescita, alle sue vicissitudini scolastiche, soprattutto a causa di un gruppo di compagni di scuola, che lo bersagliano con atti di bullismo, ai quali ad un  certo punto Charon si ribellerà con violenza tale da finire in un riformatorio. Ma è anche l’epoca nella quale Charon porterà compimento la ricerca della sua propria identità sessuale, scoprendo di essere gay, grazie anche all’incontro con Kevin, un amico della sua fanciullezza: in una scena piena di tenue delicatezza sulla spiaggia di Miami, Chiron scoprirà i primi palpiti d’amore. Nel terzo segmento del film, intitolato “Black”, dal nomignolo col quale l’amico Kevin ama chiamare Charon, ritroviamo quest’ultimo ad Atlanta, Georgia, ove dirige settori del locale traffico di droga, che gli ha portato l’agiatezza, che ama ostentare con collane e denti d’oro, mentre la madre è in una casa di recupero e riabilitazione dall’uso delle droghe pesanti. La sua vita ha una svolta allorchè riceve all’improvviso e dopo anni di silenzio una telefonata da Kevin, che ha aperto un piccolo ristorante e lo invita a Miami ad assaggiare le sue specialità. Questo basta a Chiron per mettersi in auto sull’autostrada e a piombare nella sua città natale. I due si rivedono. I discorsi sono velati di malinconia per il passato. Chiron rivela a Kevin di non aver sfiorato più nessuna persona dal loro incontro sulla spiaggia. Film di formazione, come si diceva, e di ricerca della propria identità, non esente da qualche piccolo difetto, costituito forse proprio dalle conseguenze di quella stringatezza che abbiamo registrato come uno dei pregi del film. Infatti, in conseguenza dello stile asciutto, essenziale e stringato innanzitutto della sceneggiatura, Jenkins lascia lo spettatore senza risposte su alcune questioni. Ne citiamo una fra tutte: dalla metà del secondo episodio in poi non c’è più traccia di Juan, il capo spacciatore della zona di Miami, la prima persona ad incontrare Chiron e ad indicargli un senso alla vita. Lo spettatore arguisce dalla scomparsa del personaggio che sia morto o che magari sia fuggito altrove o sia finito in prigione. Indubbiamente, data la estrema importanza del personaggio di Juan, una esplicitazione sul suo destino forse non avrebbe guastato. Ma si tratta di difetti che non inficiano l’impianto estremamente attraente  e coinvolgente di “Moonlight”. La storia del film, dal progetto originario, alla sua compiuta realizzazione ci dice che esso ha trovato il suo santo patrono e protettore in Brad Pitt, in uno di quegli episodi miracolosi che solo nel cinema americano possono accadere. Pitt era già rimasto positivamente impressionato dal primo film ultra-low budget e in bianco e nero di Barry Jankins. I due si incontrarono e si conobbero nel 2013 al Telluride Film Festival nel corso di un dibattito sul film 12 anni schiavo, del quale Pitt era stato co-produttore e attore in una parte secondaria. Brad Pitt rimase così impressionato dalle idee di Jankins, che decise di dare una mano, in qualità di produttore esecutivo, alla trasposizione cinematografica della piece teatrale di Tarell Alvin McCraney. Altre forze produttive si associarono a Brad Pitt e in questo modo fu possibile dare vita a questo film che ha già lasciato il segno. E la nomination agli otto Oscar è già un grosso segnale di quell’ intuito produttivo di Brad Pitt, che, nella notte degli Oscar, e malgrado la fortissima concorrenza, potrebbe essere ulteriormente premiato. Marino Demata

SPECIALE #OSCAR 2017 #2 - Arrival di Denis Villeneuve, Canada 2016 , 116’ – la recensione di Simona Noera

Prima di cimentarsi nel sequel di Blade Runner in uscita il prossimo autunno, il regista canadese Denis Villeneuve ha presentato all'ultima Mostra cinematografica di Venezia il suo più recente lavoro, Arrival, uscito da poco nelle sale.
Film dalla trama fantascientifica, apoteosi dell' “Omnia vincit amor” come palingenesi di umanità comunicativa ormai perduta, è arrivato a collezionare ben otto candidature Oscar.

Ma andiamo con ordine, la trama prende spunto dal pluripremiato racconto di Ted Chiang "Storia della tua vita" e ne ricalca piuttosto fedelmente le dinamiche. Il film non esce molto dal cliché di storia fantascientifica tipicamente hollywoodiana,  in cui il solito mondo contemporaneo viene improvvisamente messo in crisi dall'inconfondibile incursione aliena, in questo caso l'atterraggio di dodici monoliti che penetrano il nostro pianeta piazzandosi silenziosamente in punti geopoliticamente strategici, tra la concitazione delle varie potenze mondiali che si affannano con azioni pirotecniche - ben amplificate dall’onnipresente cospetto dei media - nel racimolare al più presto possibile un gruppo di esperti traduttori capace di compiere la missione esplorativa degli strani oggetti che sospesi sovrastano la nostra civiltà, cercando un contatto nell’incomunicabilità con gli esseri enigmatici che si celano al loro interno.
Monoliti che richiamano quello di 2001 Odissea nello spazio, un'arcana trama che connette i più reconditi istinti primordiali, il senso della nostra vita e la curiosità insoddisfatta di una scatola chiusa di cui non si conosce il contenuto. L'emozione e il fremito scatenato dall'ignoto, oscuro oggetto del desiderio come in Bella di giorno di Buñuel.
Ciò che sicuramente occupa più di tutto spazio in questo film è decisamente la colonna sonora composta da suoni avvolgenti, quasi sinestetici che richiamano al mondo onirico dei sogni e dell'interiorità umana più profonda, per quanto sembrino dare corpo all’oscurità dell’entità aliena caratterizzata nel film dai due Eptapodi, protagonisti e unici  comunicanti della loro razza con la nostra. E probabilmente senza dei suoni così ben adeguati, il film avrebbe perso ogni parvenza di serietà. Le scene sono comunque lunghe, forse anche si protraggono troppo in certi casi, come piccoli escamotage pubblicitari per mantenere la suspense nello spettatore, ma che alla fine lasciano troppo tempo alla riflessione rischiando di far perdere il ritmo. L'unica incredulità resta quasi alla fine, quando ci si inizia a rendere conto che per una volta gli alieni non vengono a distruggerci bensì a condividere quel  mutuo soccorso comunicativo che rende liberi dalla fissità della linea temporale diacronica che caratterizza il nostro pensiero e che in futuro salverà entrambe le civiltà, aliena e umana.

La linguista Louise (Amy Adams), eroina principale con in mano le redini di tutta la vicenda spiega infine il vero senso di quel che sta accadendo e rivolgendosi al suo collega, chiede: "Ian, se potessi vedere la tua vita dall'inizio alla fine, capiresti qualcosa?"

Simona Noera

venerdì 24 febbraio 2017

SAVE The DATE: Premiazione Il Mese del Documentario - IV edizione

Il 25 febbraio sarà proclamato il vincitore del Premio del Pubblico

Il Mese del Documentario ha selezionato 8 film della migliore produzione nazionale e internazionale che concorrono al Premio del Pubblico. Per una rassegna itinerante nelle principali città italiane. Da Roma a Milano, Bologna, Firenze, Torino e Senigallia. Il 25 febbraio la proclamazione del vincitore.



Volge al termine la IV edizione de Il Mese del Documentario, iniziativa di Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani in collaborazione con Casa del Cinema di Roma, realizzata quest’anno con il sostegno di SIAE Società Italiana degli Autori ed Editori e della Regione Lazio, con il patrocinio di Rome City of Film Unesco, Media Partner Rai Cultura e MYmovies.it.
Dal 23 gennaio al 19 febbraio 2017 l’appuntamento annuale dedicato al rapporto tra grande pubblico e cinema documentario, è stato protagonista in alcune delle principali città italiane. Da Roma a Milano, Bologna, Firenze, Torino e Senigallia.
Bilancio positivo per questa edizione de Il Mese del Documentario, diretta quest’anno da Pinangelo Marino, direttore Quaderno del Cinemareale con la direzione organizzativa di Davide Morabito del direttivo di Doc/it. Importante è stata la costruzione di un network di realtà locali, associazioni, università e personalità del mondo della cultura che hanno determinato la particolare vivacità di questa IV edizione.
 “Il Mese del Documentario è un osservatorio privilegiato – dice Pinangelo Marino – uno strumento d’indagine straordinario che riesce a cogliere, in un quadro d’insieme, tutta la complessità di una partecipazione collettiva, che quest’anno – aggiunge – considero eccezionale per varie ragioni. Pubblici diversi, in sale e città diverse, sollecitati da film scelti per comporre un discorso sul nostro tempo, e sull’evoluzione del cinema documentario in sé come centro di gravità della cultura contemporanea, hanno di fatto avviato una riflessione molto più ampia, che stimola la costruzione di un sistema cinema documentario in Italia. Il Mese del Documentario raggiunge dunque, anche quest’anno, un traguardo importante, e lo fa realizzando in sé l’incontro tra le diverse anime di una società, oltre che di uno specifico settore in via di sviluppo”.
Gli otto film in selezione concorrono al Premio del Pubblico per un valore di 500 euro. Questi i titoli dai quali, sabato 25 febbraio a Roma, sarà proclamato il vincitore.
The Rolling Stones Olé Olé Olé!: A Trip Across Latin America (UK, 2016, 105′) di Paul Dugdale, il film sarà distribuito in Italia da Wanted.
The Dreamed Ones (Austria, 2016, 89′) di Ruth Beckermann.
Un altro me (Italia, 2016, 82′) di Claudio Casazza.
Les Sauteurs (Danimarca, 2016, 82´) di Moritz Siebert, Estephan Wagner, Abou Bakar Sidibé, distribuito in sala e non solo da Zalab in collaborazione con I Wonder Pictures/Unipol Biografilm Collection.
Weiner (USA, 2016, 100′) di Josh Kriegman, Elyse Steinberg. Il film sarà distribuito in Italia da Wanted.
You Have No Idea How Much I Love You (Polonia, 2016, 75′) di Paweł Łoziński.
Pescatori di corpi (Svizzera, 2016, 64′) di Michele Pennetta in anteprima italiana.
Castro di Paolo Civati (Italia, 2016, 82′).
Le proiezioni del film sono state animate da dibattiti in sala con registi, critici ed esperti.
La serata di premiazione si svolgerà il 25 febbraio alle 22.00 allo Städlin in via Antonio Pacinotti, 83 a Roma.
E’ gradita la conferma di partecipazione scrivendo all’indirizzo segreteria@documentaristi.it.
Questa IV edizione del Mese del Documentario, oltre ai film in selezione ha proposto, per la prima volta, interessanti masterclass con alcuni dei protagonisti del cinema e della cultura italiana. Tra i tanti: Federica di Giacomo, Pippo Delbono, Massimo D’Anolfi, Martina Parenti, Antonietta De Lillo, Carlo Carlei, il collettivo Zimmerfrei, David Moscato, Markus Nikel, Rosario Di Girolamo, Kotiomkin, Sabina Guzzanti, Daniele Costantini, Walter Quattrociocchi, Paolo Butturini, Haider Rashid, Andrea Giansanti. Ovvero quanti si interrogano sulla realtà e la decodificano secondo una personale visione. Un percorso attraverso i processi di creazione del cinema e dei media. Durante gli appuntamenti alla Casa del Cinema di Roma si è parlato di narrazione e post-verità, di sperimentazione del linguaggio cinematografico, di nuove tecnologie e nuove narrazioni.
Partner del Mese del Documentario La Compagnia di Firenze.
Per maggiori informazioni:

http://ilmese.documentaristi.it/

SPECIALE #OSCAR 2017#1 - I Pronostici


Dopo i Golden Globe, domenica 26 febbraio verranno assegnati gli Oscar nella notte delle Star, che vede tra i candidati FUOCOAMMARE di Gianfranco Rosi



Ai primi di gennaio sono stati assegnati i Golden Globe dove la parte del leone
l’ha fatta La La Land con cinque premi con il Miglior Attore protagonista Ryan Gosling ex equo a Casey Affleck in Manchester by the Sea, Miglior Regia, Migliore Colonna Sonora, Migliore Canzone originale: “City Of Stars” e Miglior Sceneggiatura originale. Mentre il Miglior Film è stato Moonlight, il Miglior Film d'animazione: Zootopia e il Miglior Film Straniero: Elle interpretato da Isabelle Huppert che ha ricevuto il premio da Leonardo Di Caprio.

Si sanno già i candidati finalisti agli Oscar, tra i quali Gianfranco Rosi con Fuocoammare che se la deve veder con I Am Not Your Negro, Life – Animated, O. J.: Made in America e 13th. Tra questi il più accreditato Life, Animated che racconta la vita di Owen Suskind al quale all’età di tre anni venne diagnosticato l’autismo e la terapia che gli permise di superare la malattia. Ma anche i due doc americani - risposta della parte democratica americana all’elezione di Trump - daranno filo da torcere a Rosi. Noi tifiamo per Rosi, non solo perché italiano ma anche perché l’epocale migrazione attraverso il Mediterraneo di popoli in fuga dalla violenza è una questione che riguarda il Mondo intero. Diciamo pure che il grande escluso è Martin Scorsese con
SILENCE (recensione) .

Gli altri candidati per le varie categorie sono:
Miglior Film: Arrival, Fences, Hacksaw Ridge, Hell or High Water, Hidden Figures, La La Land, Lion, Manchester by the Sea, Moonlight.
Miglior Attore protagonista: Casey Affleck in Manchester by the Sea, Andrew Garfield in Hacksaw Ridge, Ryan Gosling in La La Land, Viggo Mortensen in Captain Fantastic, Denzel Washington in Fences.
Miglior Attore non protagonista: Mahershala Ali in Moonlight, Jeff Bridges in Hell or High Water, Lucas Hedges in Manchester by the Sea, Dev Patel in Lion, Michael Shannon in Nocturnal Animals.
Miglior Attrice protagonista: Isabelle Huppert in Elle, Ruth Negga in Loving, Natalie Portman in Jackie, Emma Stone in La La Land, Meryl Streep in Florence Foster Jenkins.
Miglior Attrice non protagonista: Viola Davis in Fences, Naomie Harris in Moonlight, Nicole Kidman in Lion, Octavia Spencer in Hidden Figures, Michelle Williams in Manchester by the Sea.
Miglior Film d'animazione: Kubo and the Two Strings, Moana, My Life as a Zucchini, The Red Turtle, Zootopia
Miglior Cinematografia: Arrival, La La Land, Lion, Moonlight, Silence.
Miglior Costumi: Allied, Fantastic Beasts and Where to Find Them, Florence Foster Jenkins, Jackie, La La Land.
Miglior Regia: Arrival, Hacksaw Ridge, La La Land, Manchester by the Sea, Moonlight.
Miglior Documentario: Fuocoammare, I Am Not Your Negro, Life – Animated, O. J.: Made in America, 13th.
Miglior Documentario (corto): Extremis, 4.1 Miles, Joe’s Violin, Watani: My Homeland, The White Helmets.
Miglior Montaggio: Arrival, Hacksaw Ridge, Hell or High Water, La La Land, Moonlight.
Miglior Film Straniero: Land of Mine, A Man Called Ove, The Salesman, Tanna, Toni Erdmann.
Miglior Trucco e Acconciature: A Man Called Ove, Star Trek Beyond, Suicide Squad.
Migliore Colonna Sonora: Jackie, La La Land, Lion, Moonlight, Passengers.
Migliore Canzone originale: “Audition (The Fools Who Dream)” La La Land, “Can’t Stop The Feeling” Trolls, “City Of Stars” La La Land, “The Empty Chair” Jim: The James Foley Story, “How Far I’ll Go” Moana.
Miglior Produzione: Arrival, Fantastic Beasts and Where to Find Them, Hail, Caesar!, La La Land, Passengers
Miglior Corto d’animazione: Blind Vaysha, Borrowed Time, Pear Cider and Cigarettes, Pearl, Piper.
Miglior Cortometraggio: Ennemis Intérieurs, La Femme et le TGV, Silent Nights, Sing, Timecode.
Miglior Montaggio del Sonoro: Arrival, Deepwater Horizon, Hacksaw Ridge, La La Land, Sully.
Miglior Missaggio Audio: Arrival, Hacksaw Ridge, La La Land, Rogue One: A Star Wars Story, 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi.
Miglior Effetti Speciali: Deepwater Horizon, Doctor Strange, The Jungle Book, Kubo and the Two Strings, Rogue One: A Star Wars Story.
Miglior Sceneggiatura adattata: Arrival, Fences, Hidden Figures, Lion, Moonlight.
Miglior Sceneggiatura originale: Hell or High Water, La La Land, The Lobster, Manchester by the Sea, 20th Century Women.

Con queste premesse La La Land è il film favorito con 14 candidature, seguito da Arrival con 8 candidature e Lion e Manchester by the Sea con 6.

Secondo noi i film che meritano la statuette, con alcuni ex-equo, sono:
Miglior Film: Moonlight (recensione)


Miglior Attore protagonista: Casey Affleck in Manchester by the Sea ex-equo con Andrew Garfield in Hacksaw Ridge

Miglior Attore non protagonista: Mahershala Ali in Moonlight ex-equo con Michael Shannon in Nocturnal Animals.
Miglior Attrice protagonista: Isabelle Huppert in Elle ex-equo con Meryl
Streep in Florence Foster Jenkins

Miglior Attrice non protagonista: Viola Davis in Fences

Miglior Film d'animazione: The Red Turtle

Miglior Cinematografia: Lion

Miglior Costumi: Jackie

Miglior Regia: Arrival (recensione) ex-equo con Hacksaw Ridge

Miglior Documentario: Fuocoammare ex-equo con I Am Not Your Negro (recensione)

Miglior Montaggio: Hacksaw Ridge

Miglior Film Straniero: Land of Mine ex-equo con Tanna

Migliore Colonna Sonora: La La Land (recensione)

Migliore Canzone originale: City Of Stars in La La Land
Miglior Produzione: Hail, Caesar!

Miglior Montaggio del Sonoro: La La Land.
Miglior Missaggio Audio: Hacksaw Ridge
Miglior Sceneggiatura adattata: Moonlight.
Miglior Sceneggiatura originale: The Lobster

Il fatto che ci siano vari ex-equo la dice lunga sulla attuale produzione americana che è di alta qualità. Non resta che prepararsi alla notte più lunga dell’anno di domenica 26 gennaio e seguire la trasmissione in streaming da una dorata LA con un Red Carpet eccezionale, facendo il tifo per Fuocoammare di Gianfranco Rosi.

lunedì 20 febbraio 2017

SPECIALE 67MA BERLINALE#8 – 9/19 FEBBRAIO 2017: (DAYS 8/10)

Alle battute finali gli ultimi film in competizione non riescono a superare i fuoriclasse: On Body and Soul di Ildikó Enyedi e The Other Side of Hope di AKI Kaurismaki stravincono.



(da Berlino Luigi Noera - Le foto sono pubblicate per gentile concessione della Berlinale)


Si è conclusa sabato la 67ma Berlinale con l’incoronazione del film pluripremiato On Body and Soul di Ildikó Enyedi

Infatti gli ultimi quattro film in concorso non hanno aggiunto nulla a questa edizione della Berlinale che verrà ricordata per aver attinto ai più disparati generi del cinema con il comune denominatore di storie intime rivolte a temi universali in un mescolarsi delle emozioni. Infatti di questi ultimi solo due tra i quali il coreano Hong Sangsoo con Bamui haebyun-eoseo honja (On the Beach at Night Alone) è stato premiato per la migliore interpretazione femminile. Il film attraversa il deserto dell’anima della protagonista Younghee alla ricerca di se stessa, e ci mostra cosa sia l’amore nella società moderna asiatica. E’ difficile però per un occidentale comprendere questi stati d’animo in un linguaggio cinematografico asciutto dove i dialoghi sovrastano il resto. Come pure il rumeno Călin Peter Netzer con Ana, mon amour, che mette a nudo le paure causate dalle esperienze negative della protagonista, affronta i temi sociali della attuale Romania. Il film ha ricevuto l’Orso d'argento per il miglior contributo artistico a Dana Bunescu (editor). Al riguardo c’erano altre pellicole che avrebbero meritato il premio. Invece è incomprensibile sia il brasiliano Joaquim di Marcelo Gomes. Opera cinematografica ridotta all’essenziale sulla questione delle brutalità perpetrate dai conquistatori portoghesi ai danni degli schiavi africani e delle popolazioni indigene. Ma anche poco comprensibile, a terminare la carrellata dei generi in questa edizione 2017, dalla Cina il regista Liu Jian che ha presentato Hao ji le(Have a Nice Day) un animazione dal sapore di gang story. Anche in questo caso una narrazione asciutta dove a fronte di un serrato dialogo la traduzione nei sottotitoli con lunghi giri di parole non permette di apprezzare appieno il racconto.
Dobbiamo ammettere che nel panorama dei film in competizione il lavoro della GIURIA INTERNAZIONALE presieduta da Paul Verhoeven e composta da Dora Bouchoucha Fourati, Olafur Eliasson, Maggie Gyllenhaal, Julia Jentsch, Diego Luna e Wang Quan'an è stato da un lato faticoso e dall’altro facilitato dalla presenza di due autori che hanno surclassato glia altri. Cosicché come ci si aspettava l’Orso
d'Oro per il miglior film (consegnato al produttore del film) è andato a Testről és lélekről (On Body and Soul) il quale è stato premiato anche dalla GIURIA ECUMENICA e dalla GIURIA FIPRESCI, presieduta quest'ultima da Alin Öjeni Tasçiyan e composta da Dubravka Lakić, Denise Bucher, ed ha inoltre ottenuto il gradimento dei lettori del
BERLINER MORGENPOST, mettendo così d’accordo pubblico e giurati.


L’Orso d'Argento Gran Premio della Giuria è andato inspiegabilmente a
Félicité di Alain Gomis, piuttosto che a The Party di Sally Potter che invece ha convinto la Giuria GUILD FILM AWARD composta da Adrian Kutter, Sybille Mollzahn, Edgar. Altro film che poteva ottenere consenso per l’Orso d'Argento Gran Premio della Giuria è Toivon tuolla puolen (The Other Side of Hope) di Aki
Kaurismäki al quale è andato comunque l’Orso d'Argento per la migliore regia. Infine l’Orso d'Argento Alfred Bauer al film che apre nuove prospettive cinematografiche è andato a Pokot di
Agnieszka Holland. Per quanto ci riguarda andava assegnato a Mr Long del taiwanese Sabu che invece è rimasto escluso. Invece l’Orso d'Argento per la migliore sceneggiatura è andato a Sebastián Lelio e Gonzalo Maza per Una mujer Fantástica (A Fantastic Woman)  sempre di Sebastián Lelio a cui
è andato anche la Menzione speciale della GIURIA ECUMENICA composta da Dr. theologiae. Charles Martig (Presidente della Giuria), Annette Gjerde Hansen, Rev. Dr. theol.
Hermann Kocher, Dr. phil. Markus Leniger, Prof. S. Brent Rodriguez-Plate, Zsuzsanna Bányai.
L’Orso d'argento al miglior attore è andato a Georg Friedrich in Helle Nächte (Bright Nights) di Thomas Arslan.La Giuria composta da Jayro Bustamante, Clotilde Courau e Mahmoud Sabbagh hanno assegnato il PREMIO GWFF migliore opera prima a estiu 1993 di Carla Simón presentato alla selezione Generation KPLUS. Mentre Daniela Michel, Laura Poitras e Samir hanno assegnato il PREMIO DOCUMENTARIO Glashütte Original a Istiyad Ashbah (Ghost Hunting) di Raed Andoni.

Il PREMIO DEL PUBBLICO PANORAMA tra i film di genere è andato a Insyriated di Philippe Van Leeuw premiato pure dalla Giuria del LABEL EUROPA CINEMAS composta da  Alice Black, Pierre-Alexandre Moreau, Monica Naldi, Feliks Wagner. Mentre tra i documentari quello di Raoul Peck sulla questione razziale in America (I Am Not Your Negro) ha ottenuto i maggiori consensi del pubblico della Berlinale e la menzione speciale della Giuria Ecumenica, la quale ha premiato per la sezione FORUM Maman Colonelle (Mama Colonel) di Dieudo Hamadi preferito anche dai lettori del TAGESSPIEGEL. Una Menzione speciale della Giuria Ecunemica è andata inoltre a El mar la mar di Joshua Bonnetta and J.P. Sniadecki, film sperimentale.
A questo punto, come sempre vi proponiamo una classifica dei primi cinque film in competizione e nelle altre sezioni che ci hanno emozionato e dei quali vi parleremo prossimamente.
Concorso
Toivon tuolla puolen(The Other Side of Hope) di Aki Kaurismäki (Finlandia / Germania)
Teströl és lélekröl(On Body and Soul) di Ildikó Enyedi (Ungheria)
Mr. Long di Sabu (Giappone / Hong Kong, China / Taiwan / Germania)
The Party di Sally Potter (UK)
Una mujer fantástica (A Fantastic Woman)di Sebastián Lelio (Cile / USA / Germania / Spagna)
Fuori Concorso
El bar (The Bar)di Álex de la Iglesia (Spagna)
Final Portrait di Stanley Tucci (UK / Francia)
T2 Trainspotting di Danny Boyle (UK)
Sage femme (Midwife) di Martin Provost (Francia / Belgio)
Logan di James Mangold (USA)
Berlinale Special
The Trial: The State of Russia vs Oleg Sentsov di Askold Kurov (Estonia / Poland / Czech Republic) - doc
Maudie di Aisling Walsh (Canada / Ireland)
La libertad del diablo(Devil's Freedom) di Everardo González (Mexico) - Doc
Acht Stunden sind kein Tag (Eight Hours Don't Make A Day) di Rainer Werner Fassbinder (Federal Republic of Germany 1972) – TV series with 5 episodes
In Zeiten des abnehmenden Lichts (In Times of Fading Light) di Matti Geschonneck (Germania)
Panorama
The Wound di  John Trengove
Kaygı (Inflame) di  Ceylan Özgün Özçelik
Vazante di  Daniela Thomas
1945 di  Ferenc Török
Ciao Ciao di  Song Chuan






Panorama Dokumente


No Intenso Agora (In the Intense Now) di João Moreira Salles

I Am Not Your Negro von Raoul Peck
Chavela von Catherine Gund, Daresha Kyi
Erase and Forget von Andrea Luka Zimmerman
Belinda von Marie Dumora


Per quanto riguarda la selezione Forum, ne abbiamo visti solo due : Barrage di Laura Schroeder e El mar la mar di Joshua Bonnetta, J.P. Sniadecki il quale ha ottenuto la menzione speciale della Giuria Ecumenica. 

venerdì 17 febbraio 2017

SPECIALE 67MA BERLINALE#7 – 9/19 FEBBRAIO 2017

Nella sezione Berlinale Special un gioiello: la serie televisiva girata nel 1972 dal mitico Rainer Werner Fassbinder Acht STunden sind kein Tag in versione restaurata e rimasterizzata


(da Berlino la fattiva collaborazione di Marina Pavido - Le foto sono pubblicate per gentile concessione della Berlinale)
 Cinque episodi per altrettante storie all’interno di una famiglia della media borghesia di Colonia. La nonna, un’amabile e brillante signora (Luise Ullrich), compie sessant’anni. A festeggiarla ci sono tutti: le due figlie, il marito di una di loro ed i nipoti. Jochen (Gottfried John), uno dei ragazzi, dopo aver incontrato per caso, vicino ad un distributore di bibite, la bella Marion (Hanna Schygulla), invita la ragazza alla festa a casa sua. Ed ecco, finalmente, iniziare le presentazioni. Da questo momento in poi – senza eufemismo alcuno – iniziamo noi stessi a far parte della famiglia a tutti gli effetti ed a voler letteralmente

bene ad ogni singolo personaggio. Perché fin dai primi fotogrammi ha il pregio di trasmettere quell’allegria, quella gioia di fondo che sarà caratteristica fondante di tutta la serie. Sullo sfondo, inoltre, la lotta operaia, uno dei temi portanti della cinematografia del regista bavarese.In questo mondo sereno ed un po’ naïf, di fatto, quello che manca – ripensando, appunto, a gran parte della produzione di Fassbinder – è proprio quel pessimismo di fondo, quella sorta di male di vivere che porterà il cineasta di lì a pochi anni a togliersi la vita. Ed è proprio il tono della serie TV ad aver sollevato a suo tempo – nel 1972 – non
poche critiche, soprattutto per quanto riguarda la sottotrama sui movimenti operai, considerati, all’epoca, come rappresentati in modo quasi irreale ed un po’ troppo semplicistico. Al punto di spingere Fassbinder stesso a fermarsi al quinto episodio. Eppure, ripensando alle scene più emozionanti di tutta la serie, non possiamo non ricordarne una ambientata proprio all’interno della fabbrica dove lavora Jochen, nel momento in cui gli operai decidono di firmare un foglio in cui chiedono al loro capo di riconoscergli alcuni diritti fondamentali: nessuno stacco di montaggio, un’unica carrellata in plongé che sta a simboleggiare, appunto, il forte legame tra i lavoratori e, infine, i volti sorridenti di tutto il gruppo. Il messaggio che Fassbinder ha voluto comunicarci è arrivato, così, indubbiamente forte e chiaro. Come, d’altronde, è sempre stato in tutte le sue produzioni.
Certo, a pensare che inizialmente ci fosse stata l’idea di girare più di cinque episodi, un po’ di rabbia viene eccome. Se non altro per il fatto che non ci si stancherebbe mai di questa sorta di favola fuori dal mondo. Così come non ci si stancherebbe mai di ascoltare e riascoltare l’allegro motivetto presente nella sigla di apertura e di chiusura di ogni singolo episodio, quando, con la fabbrica sullo sfondo, vediamo un timido sole sorgere lentamente sulla città di Colonia, dove le storie di Jochen, di Marion, di Monika, di Manfred, di Gregor e della mitica Oma, la nonna, stanno per intrattenerci per un’altra ora e mezzo che, come ogni volta, sembrerà durare appena poche decine di minuti.